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Strada del
Culatello di Zibello
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Roots and Blues Festival 2006 |
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Porcolonga di Primavera2006
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Il
Culatello di Zibello
Il re dei salumi: RACCONTO
Alcuni
anni fa comparve su un'autorevole guida gastronomica del Touring
Club d'Italia una frase in cui si narra che nel 1322 il cronista
ferrarese Bonaventura Angeli nella sua "Historia della città
di Parma" dedicò una parte di quest'ultima alla
descrizione di un sfarzoso matrimonio tra due nobili del tempo:
tra i magnifici doni portati dai loro cugini, i marchesi Pallavicino
di Busseto e i conti Rossi di Zibello, figuravano degli eccellentissimi
culatelli.. Ciò fa presumere che già da allora l'arte
dei norcini della Bassa parmense di trattare una parte della coscia
del suino fosse praticata in modo rigoroso.. Peccato.. Non è
vero nulla.. Per quanto riguarda l'opera di Bonaventura Angeli non
vi è alcuna menzione dei culatelli in questione. Da allora
parecchi giornalisti e altre guide riportarono erroneamente, ma
in assoluta buona fede questa citazione.
Se vogliamo trovare e capire traccia della storia
del culatello dobbiamo arrivare a comprendere che questo non è
un semplice salume. Già nella parola "storia" sono
racchiusi un mondo di significati o almeno una parte di mondo o
se si vuol essere ancora più precisi il "Mondo Piccolo"
che Guareschi descrive nei suoi libri.
Storia significa tradizione, cronaca del passato, ma per il culatello
significa anche qualcosa in più.. Andatelo a chiedere a ognuno
dei tredici produttori rimasti oggi, legati oltre che dalla tradizione
anche da rigide regole dettate dal moderno consorzio per la tutela
di questo prezioso prodotto, molti vi diranno che i culatelli li
facevano i loro padri, e ancor prima i loro nonni, e i loro bisnonni..
in un susseguirsi di ricordi che si perdono nel tempo. È
per questo che non si può far risalire a una data o a un
periodo preciso l'inizio del culatello.
Nelle parole dei "padri del culatello",
sui libri che parlano di esso, nel viaggiare per le dritte e interminabili
strade della Bassa parmense si ha una sensazione, come se esso sia
sempre esistito e faccia da sempre parte di questo fazzoletto di
terra.
Questa sensazione dunque è la principale causa di quell'alone
di nebbia che circonda una vera e propria fenomenologia del culatello,
e non tanto quella nebbia vera e materiale che si può tagliare
col coltello nella padania a ridosso del Po nel periodo invernale,
buona solo a mettere in difficoltà automobilisti o meglio
ancora a favorire la stagionatura di quel che si definisce il re
dei salumi, sto parlando della nebbia che circonda appunto la storia.
Inciampare in errori ed inesattezze è alquanto facile, come
abbiamo visto all'inizio, ma prima che essi diventino veri e propri
strafalcioni storici sgomberiamo il campo da ogni ragionevole dubbio
e cerchiamo di salvare il lavoro di ricerca che abbia acquisito
elementi storicamente certi o per lo meno realmente documentati.
Possiamo
quindi affermare che nel '700 di culatelli se ne facevano già
e dalle "grida" ancor oggi esistenti dell'epoca si può
intuire che la pratica di investire una parte della coscia del suino
fosse radicata nel territorio ormai da tempo.Questa, ad esempio,
fino a non molto tempo fa era solo una supposizione, e i motivi
per cui non si sia mai tramutata in certezza sono vari. Tra essi
non bisogna dimenticare gli eccessivi pudori che gli scrittori dell'epoca
avevano a scrivere e forse anche a pronunciare la parola "culatello",
probabilmente considerata molto volgare e quindi bandita da saggi,
lettere o racconti e relegata nel linguaggio contadino.
Si narra di una lettera scritta dall'arcivescovo di Fidenza nel
1770 ad un prete di Pieveottoville nella quale figuravano delle
lamentele sul fatto che quest'ultimo non avesse ancora pagato alla
curia dei tributi espressi in "culaccie" (culatelli) adducendo
la scusa che non fossero buone, ma davanti alla parola del fornitore
cha si impegnava a cambiarle il prete rispose che se le era già
mangiate tutte..
Aneddoto interessante e simpatico, ma, ritornando al discorso degli
errori storici, privo di qualsiasi prova in quanto della suddetta
lettera non vi è più traccia. È scomparsa.
Con ciò comunque non vogliamo escludere che nei secoli precedenti
culaccie e culatelli venissero preparati a Zibello o nelle terre
limitrofe denominate di Pallavicinia, perché a lungo tenute
dai Pallavicino, ma è certo comunque che ancora all'inizio
del novecento e fino agli anni venti o trenta le famiglie che potevano
godere di questa preziosa carne stagionata erano assai poche.
Il fenomeno era ancora legato ad un fatto di tradizione
e soprattutto di bisogno: il contadino preferiva di gran lunga barattare
i due culatelli con un maiale piccolo ed assicurarsi carne per tutto
l'anno piuttosto che goderne lui stesso. La tipicità del
prodotto era proprio assegnata da questo fatto, da queste tradizioni
che non avevano ancora risentito dei grandi commerci o delle esigenze
turistico-gastronomiche e contribuivano a far volare quell'alone
di leggenda intorno al culatello.
Le sopraccitate tradizioni sono ovviamente riferite alle usanze
che i contadini dell'epoca avevano e cioè di considerare
questo prelibato salume come un pegno, un dono da fare ai loro signori;
ciò aveva comunque anche un significato simbolico: era uno
scambio di "investiture".
Si perché il culatello viene accuratamente "investito",
cioè ricoperto e legato nella vescica del suino o in quella
di un bovino.
Possiamo far risalire al 1691 la prima apparizione del termine "investitura"
in un disegno dell'incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli nel
quale raffigura una donna con in mano un salume nel quale viene
riconosciuta la specialità di Parma. Le dimensioni e la fattezza
di questo salume sono, a detta di molti riconducibili a quelle del
culatello.
La prima citazione scritta esplicita di esso la troviamo invece
in un documento del Comune di Parma datato 1735 precisamente nel
Calmiere (volgarmente "prezzario") della Carne
Porcina salata, osservato da lardaroli o salumai dell'epoca.
In esso compare la dicitura "Culatelli senz'osso" e viene
riportata la loro quotazione assieme a quella di altri salumi, scarsa
(19 soldi per libbra) rispetto a quella del prosciutto (16) o del
salame (30 quello magro e 24 quello grasso) considerato il più
prezioso.
Lo troviamo ancora in un'altra "grida" del 1745 e la sua
valutazione cala parimenti a quella degli altri salumi mentre aumenta,
assieme sempre a quella di tutti, l'anno dopo ove i Culatelli arrivano
a costare 20 soldi per libbra.
Mettendo a confronto questi documenti con un Calmiero,
sempre della carne porcina & altro, stampato a Piacenza sessant'anni
prima, precisamente nel 1684, si può avanzare l'ipotesi che
i "Persuti senz'osso" corrispondessero al culatello. Le
loro quotazioni sono in linea con quelle riportate nelle "grida"
di Parma citate sopra.
Questi
documenti è da intendere che venivano emanati dal governo
principalmente con l'intento di regolare le trattazioni e i commerci
nei periodi di carestie e garantire dunque il fabbisogno alimentare
alla popolazione intervenendo sulla vendita e sulla produzione in
questo caso delle carni.
Ritroviamo perciò i "Culatelli senz'osso" accanto
a salami, spallette, bondiole, prosciutti con l'osso, panzette,
gole, strutto e songia nell'Avviso per la notificazione delle
Carni Suine Salate e Contrattazione all'ingrosso delle medesime,
pubblicato a Parma nel 1764. Questi interventi si replicarono anche
nel 1783, 1785 e 1786.
Nel 1802, alla morte cioè di don Ferdinando, il ducato di
Parma passò sotto il dominio della Francia e si deve proprio
all'amministratore francese dell'epoca di queste terre il merito
di "un'indagine" statistica riguardante l'esistente, risultando
che l'allevamento suino era abbastanza sviluppato.
È quindi in un ulteriore atto del Comune del 1805 che ritroviamo
il "Culatello senz'osso" inteso però nell'accezione
moderna in quanto viene valutato 48 soldi per libbra, tanto quanto
il salame magro.
È a questo punto che avviene il pieno riconoscimento del
suo valore come prodotto gastronomico ed è a questo punto
che infatti perderà la qualifica di "investitura"
andando ad annoverarsi nei termini dei vocabolari come Culatello.
Ne fanno menzione a questo proposito il poeta dialettale parmigiano
Giuseppe Callegari che in una sua novella del 1818 cita il Re dei
salumi come una specialità servita addirittura in paradiso,
e lo stesso Gabriele D'Annunzio in alcune lettere spedite al suo
amico e scultore Renato Brozzi di Traversetolo il quale lo ringrazia
calorosamente, da incallito buongustaio qual'era, per quelle deliziose
investiture che puntualmente non mancava di ricevere in dono.
Se facciamo dunque risalire le radici del culatello
nella memoria storica della cultura contadina non commettiamo uno
sbaglio, anzi ne valorizziamo ancor di più l'alta qualità
fino al raggiungimento della perfezione, perché è
proprio artigianalmente che i prodotti, specialmente quelli alimentari,
trovano spazio per adeguarsi ai tempi pur mantenendo saldi i principi
storici. Con ciò possiamo tranquillamente affermare che il
culatello è uno di questi prodotti, che non teme ne il tempo
ne rivali mantenendo la sua unicità salda alla tradizione
di essere preparato "come una volta".
A cura di Simone Paolini
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